Ho pianto una lacrima sull’autobus. Una lacrima di tristezza profondissima. Mi stavo alzando dal seggiolino per avvicinarmi alla porta, la fermata dopo sarebbe stata la mia. Il pullman abborda il marciapiede, io abbordo il sostegno vicino alla porta, il pullman rallenta e la vedo. Giovane Cristo, forse una quarantina d’anni. I capelli neri, lunghi, un po’ crespi ma con la pretesa di essere in ordine. Un taglio fuori moda anche negli anni ’40. Una collana di perle azzurre, lunga, grossa, evidente. Il rossetto rossissimo sullo sfondo di carne chiara e debole. Una gonna fuori dal tempo. Una camicia fuori dal tempo. Tutto fuori dal tempo, ma con la necessità di esserci dentro al tempo, la disperata necessità di essere parte del tutto. Eppure no, non lo era. Camminava un po’ piegata in avanti, cercando di assumere un portamento. Eppure non l’aveva. Lo sguardo in avanti, fuori posto perché evidentemente non voleva essere in avanti ma altrove. In faccia la fatica di chi deve compiere una qualsiasi attività in mezzo ad un mondo diverso, e lo deve fare da sola. Affrontare la strada con i suoi mille occhi, affrontare le idee delle persone che si materializzano evidenti nei loro sguardi.
Volevo andare ad abbracciarla. Ma come fare? Le nostre vite sono compartimenti stagni fino a quando qualcuno non trova la combinazione e riesce a penetrarvi. Le teste poi… peggio delle vite. Quelle sono casseforti a doppia mandata.
Che schifo non poter comunicare solidarietà ad una donna che con ogni centimetro della sua esistenza cerca normalità e non la trova.

Una volta attraversata la strada ho ripensato alla primavera. Questa. Amica e nemica. Primavera calda, che induce i letti a svuotarsi, lasciare gli amanti non amati. Ma primavera fresca, vento nuovo, brezze di novità, sorrisi che si ritagliano in mezzo alla moltitudine, oculata selezione di volti bellissimi e amici. Recidi forbice quel volto, non lasciarlo in mezzo alla pagina, confuso con altri mille. Recidilo, selezionalo, mettilo tra i migliori. Fai in modo di non confonderlo, imprimilo, conservalo già caro. Le parole di una sconosciuta d’improvviso così vicina ai tuoi occhi e così vicina alla tua vita ed esperienza. E’ impagabile questa primavera. Quando la ferita brucia la tua pelle si farà, cantavano. Ed è così, una ferita aperta lascia che il sangue scambi informazioni genetiche con altri DNA. Sanguigne conoscenze, insomma. Sanguigna esperienza dell’umano, umano almeno quanto te, l’altro. Un altro, un corpo estraneo che all’improvviso si fa amico e famigliare, compagno di strada, compagno di cultura. Ma che splendore in due occhi che si fanno complici. Che splendore in un sorriso contro il cielo di Torino. Che splendore in questi incontri. Sia pure vuoto il letto, che si fa spazio per il nuovo sogno e sonno, lettura e veglia meditativa.

Guidavo veloce questa sera, e avevo paura. “Pensa se morissi ora”, ho pensato. Guidavo veloce, impaurita da questo pensiero, con un sorriso grande in faccia. Nel temporale, nelle brutture del mondo che, credimi, a volte sono insopportabili alla vista. Fanno un male cane, le brutture. Sai perché avevo paura? Perché se non fossi riuscita a scrivere da qualche parte per rendere eterno questo attimo, tutti i pensieri di questo attimo che mi tornavano vivi alla mente guidando, così come tornano vivi alle dita che scrivono, l’attimo avrebbe cessato di esistere per sempre, anzi, non sarebbe mai neppure esistito. La paura insostenibile della fine inutile, inutile inizio. Ora l’ho scritto, mi sento di nuovo in regola, con il conto saldato con la vita e la morte. Solo questo attimo, questa congiuntura di sorriso e paura, questo cielo carico di pioggia estiva, solo questo serviva. E poi il bell’inganno della mia anima, la grandezza del mio tempo, la solitudine, la compagnia, i baci desiderati, gli abbracci strappati in mancanza di un bacio. Sono cose che non si possono non raccontare.

mercoledì 9 giugno 2010

2 responses to

  1. Anonimo says:

    Ci sono manciate di secondi che diventano pietre miliari della nostra vita e si, lo scriverne in qualche modo li rende immortali e li scolpisce nei solchi della memoria. pal

  2. Ho paura della dimenticanza. Non per gli altri, per me stessa. Sono io a non voler dimenticare.