Una storia

Suzanne

Sulla sponda del fiume Suzanne guardava l’acqua passare. Dolce era la primavera quell’anno, il caldo non rompeva l’equilibrio del corpo, il freddo serale non guastava la campagna. Robertine era partita da tre giorni, ma lei non ne sentiva la mancanza. Era sufficiente, a lei, prendersi cura dei fiori del giardino per occupare il suo tempo e, di tanto in tanto, scendeva al fiume per una passeggiata. Dopo pochi minuti che se ne stava seduta scalza e a gambe incrociate sulle sponde umide, incurante della macchia di fango che il terriccio le avrebbe impresso sul sedere, sul quale scendeva morbida una gonna di lino bianco, tentennò sull’idea balzana di fare un bagno nel fiume. In fondo non era freddo il pomeriggio, e sicuramente, se fosse tornata, Robertine non sarebbe giunta prima di sera. Si alzò in piedi, con le mani sollevò quel tanto che basta la gonna per poter entrare nell’acqua fino alle caviglie. La sponda si calava dolcemente e senza particolare discesa nell’acqua, formando, in quell’ansa, un piccolo laghetto in fronte a lei, dove il fiume scivolava calmo e quasi in assenza di corrente. Si guardò intorno con quegli occhi da camoscio, da animale selvatico, scrutò le piante che appena frusciavano le foglie, i fiori selvatici nel prato dietro di lei, i pochi insetti che ronzavano immobili sulla superficie dell’acqua. La stagione della pesca era ancora chiusa, dunque era difficile che ci fosse qualche pescatore appostato da qualche parte, difficile che qualcuno la potesse vedere. Il sole sbieco di maggio dava all’acqua una sfumatura tra il verde e il marrone, e i suoi capelli ricadevano in un ciuffo davanti alla fronte, proprio in mezzo agli occhi: appena umidi dal sudore, appena incollati alla pelle del volto. Le mani bianche e curate senza segni di rozzezza portavano un’unica, sottile, fede di rame al dito anulare della mano sinistra. Con quella stessa mano lasciò andare la gonna e si scostò i capelli; l’orlo, ricamato dalle suore del paese almeno 60 anni prima, era un pizzo tutto traforato, e tra un foro e l’altro si scorgevano le sue caviglie nude, l’erba sulla quale era in piedi, un paio di fiori: un disegno colorato dai contorni bianchi. La gonna era appartenuta alla nonna materna, che aveva passato tutta la sua vita nello stesso paese in cui si trovava lei ora, senza mai lasciarlo, senza mai smettere di odiarlo per essere l’unico ad aver conosciuto, senza mai smettere di amarlo perché non aveva conosciuto altro luogo.

Quando con la mano si scostò i capelli, l’orlo di pizzo cadde a mollo inzuppando il tessuto di acqua e fango. Suzanne non sembrò nemmeno accorgersene, anzi, lasciò la presa anche con l’altra mano, che si portò su un fianco. Prese a camminare lentamente nell’acqua, si spostava lentamente verso il centro del fiume, con passi strascicati sul fondo. Un accenno di sorriso divertito le piegò un lato della bocca all’insù. Immersa fino alle ginocchia si piegò e immerse le braccia fino ai gomiti dentro l’acqua, muovendole lentamente. Si accovacciò sempre più giù, fino a sedersi, con le gambe distese e il busto appoggiato alle braccia, le mani appoggiate sul fondo, spinte giù nel fango. Che piacere! La gonna ondeggiava nell’acqua con la lentezza e la sinuosità propria delle alghe. Quel gesto immotivato la divertiva. Si era sempre sentita confusa nel parlare di felicità e piacere, per un senso di vertigine che avrebbero dovuto provocarle e che invece taceva. La definiva per lo più pace, pace nell’esperienza fuori dall’ordinario, come era quella di sedersi in mezzo all’ansa di un fiume e affondare le mani nella fanghiglia, da sola, autosufficiente, senza amore forse, senza Dio. Sentire la solitudine che viene da molto lontano e che sa di antichissimi profumi appartenuti a vecchissime persone, osservare immagini scolorite di paesi nascosti, e avere nostalgia della felicità e del piacere. Quello era il significato che Suzanne conosceva. Quello era il suo modo di essere felice qui, nel mondo dei vivi.

Perché avesse scelto di continuare a vivere lì, dove tutta la sua famiglia da parte di madre prima di lei aveva vissuto, a tratti non le era chiarissimo. Sapeva di dover rimanere, ma perché? Aveva capito che il viaggio è una dimensione, non è uno stato fisico ma di mente, il cui significato si perde quando si può viaggiare stando fermi. Aveva imparato che ha senso viaggiare solo quando non si può fare a meno di spostarsi per cercare i dovuti cambi di prospettiva. Ma tutto questo Suzanne lo riusciva a fare stando ferma, non aveva bisogno di avvertire il mondo scorrere assieme a lei in un posto lontano; il viaggio è il mezzo per il raggiungimento di uno stato della mente, non è un fine allettante per dare un tono alla propria vita. Quando una persona si mette in viaggio lo fa per cercare qualcosa che non sa trovare a meno di sentirsi in continuo movimento, a meno di sentirsi sperduta, a meno di sentirsi straniera, a meno di sentirsi alla conquista di un nuovo spazio. Le persone viaggiano per sentirsi grandi e per sviluppare un senso in più, il senso di sé stessi. Suzanne si conosceva tanto bene da non averne bisogno, ma nello stesso tempo era sempre in grado di scoprirsi nuova pur essendo circondata da un’unica, monotona scena. Suzanne non era fatta di acqua, ma di aria. Non cercava un contenitore per avere una forma, preferiva essere mutevole e adattabile a seconda del proprio piacimento. Forse è per questo che Robertine faceva spesso enormi sforzi pur di non perderla, una volta in più rarefatta in una dimensione irraggiungibile, una volta in più sospesa sopra tutto e tutti, al seguito di qualche farfalla bellissima che solo lei poteva contemplare.

Si rialzò dalla posizione in cui si trovava, le gambe ormai fresche e le caviglie leggere, scosse la testa per allontanare la solita ciocca ribelle e si avviò verso casa.

Robertine e Inés

Prese l’ultimo paio di pantaloni puliti dalla valigia, li infilò abbinati alla camicia bianca che indossava ormai da due giorni. Non c’era bisogno né di maglia né di giacca. Mise in valigia tutte le sue cose, che già la sera prima aveva radunato in bell’ordine. Diede un’ultima occhiata intorno a sé per controllare di non aver lasciato nulla in giro per la stanza come era solita fare. Riusciva sempre a dimenticare qualche cosa e Suzanne la rimproverava sempre: lei così ordinata, categorica, e Robertine così sbadata e caotica. Quella volta, in ogni caso, le sembrava di aver preso tutto, e solo in seguito si sarebbe accorta di aver lasciato indietro l’accappatoio, e mai avrebbe saputo in quale angolo remoto della stanza l’avesse dimenticato.

Parigi in maggio era già in odore d’estate. Le strade erano calde d’asfalto e motori nelle ore di punta. Uscì dalla stanza chiudendo dietro sé la porta, scese le scale dell’albergo della Bastille, restituì le chiavi alla reception, saldò il conto. Per strada c’era già l’odore di cucina dei tanti bistrot, si era alzata come al solito tardi. In ogni caso non aveva fretta, il treno che l’avrebbe riportata a casa da Suzanne non sarebbe partito prima del pomeriggio. Optò per qualcosa che le faceva sempre piacere: un bicchiere di vino sotto i portici di Place des Vosges. Rue Sant’Antoine non le piaceva, l’intero quartiere non le piaceva. Era tutto una metafora del suo carattere, una sottile descrizione della sua attitudine, e questo la metteva in soggezione. Non le piaceva sentirsi ripetere com’era fatta dal solo aspetto impertinente di quegli edifici: una casa squallida subito seguita da un tesoro architettonico, poi di nuovo un sozzo ufficio e via a seguire un palazzo rivestito dagli antichi fasti nobiliari. Al centro di tutta quella confusione accozzata e imprevedibile, dietro un insospettabile angolo divisorio tra il bello e il brutto, la realtà e il desiderio, ecco lo splendore mozzafiato, la regolarità geometrica delle prospettive della sua piazza preferita, nascosta, incastonata come un gioiello raro. Insopportabile sentir raccontare la propria incoerenza, la propria indecisione e il disordine da una stupida strada. Di strade è pieno il mondo, pensava, eppure qualche imperscrutabile ragione la guidava sempre lì, verso la metafora di sé stessa, amando in contraddizione quell’insopportabile descrizione. Un’attitudine malata, si diceva, ma una malattia unica e un dolore sottile in cui cullarsi e sentirsi in compagnia della propria ombra.

Mentre il ragazzo posava il calice al suo tavolino si chiese cosa avrebbe pensato di lei Inés se l’avesse vista in quel momento. Il pensiero la faceva sorridere. Probabilmente l’avrebbe guardata con ammirazione, come faceva sempre, sussurrandole un verso di un qualche poeta trapassato all’orecchio e facendola sussultare dall’emozione delle corrispondenze. Le piaceva quella sicurezza di sé che solo quella ragazza sapeva darle. Parigi e Inés erano, nella sua mente, un tutt’uno. La stessa eleganza, la stessa monumentalità, la stessa stella che brilla una notte e poi s’eclissa, lo stesso quartiere che mostra un volto che al mattino non sai più chiamare nemmeno per nome.

Credeva forse che quei giorni irreali che si era concessa sarebbero bastati a far tacere quella voce che dentro di lei urlava alla vita, chiamava la felicità per nome mentre quel nome era stato sepolto. Amava Inés di quell’amore splendido, celeste, presente, ma non era quello l’amore che aspettava. Aspettava l’amore per la sua vita, aspettava di amarla sopra ogni cosa, più di ogni altra persona, più di ogni altro pensiero, più di Suzanne. Ma come fare? Sentiva ogni volta che il coraggio di non tornare le mancava. Irrazionale era la forza con cui era legata al passato e a quella donnina sottile e pensierosa, la compagna di una vita, di un dolore, di tante morti e di una rinascita.

Eppure tradire così il suo affetto non le spiaceva e Parigi era la città a cui dire grazie, il letto di Inés la culla di ogni ritorno verso Suzanne.

domenica 10 aprile 2011 1 Comment

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