150 sotto i portici


S
uonano i gitani all'angolo. Quanta pioggia scende dal cielo, io passo appena fuori dai portici per non star dietro alla processione di chi guarda le vetrine. Sono stonati, ma mi han detto che la bellezza è imperfetta e quel sax è dio che sbaglia soffiata e incanta i poveracci di passaggio così, misteriosamente.
Dieci metri più in là, con il sorriso ubriaco, scuote a tempo di musica la ciotola per cani con cui chiede l'elemosina. Di tanto in tanto, sempre scuotendo, la gira al contrario per mostrare a tutti che è ancora vuota e che gradirebbe se venisse riempita: quel sorriso tra il disperato e il non curante, tra l'invadente e molesto e l'intima fratellanza, non sembra farci troppo caso. E' fondamentale tanto più ballare che mangiare; è più divertente, per una volta, tralasciare il dovere e gli abiti di scena del dolore e della pena da esibire su pubblica piazza per una moneta da 50 cents. Almeno per questa notte.



La confetteria liquoreria Baratti di Piazza Castello angolo Galleria Subalpina è vistosamente aperta. Tra i suoi ori, ottoni, marmi, velluti, broccati e specchi attira l'attenzione l'apertura d'élite. Tutto tirato a lucido, tranne gli specchi che, con il passare del tempo, s'argentano qua e là, a macchie. Le memorie gozzaniane - ricordi quella poesia in cui Guido avrebbe voluto baciarsele tutte, le voluttuose donne golose? - sono forse ancor più eleganti.

[...]Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intattedi giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.[...]



Chi passa abitualmente davanti a Baratti lo conosce, il vecchio con il violino. Sta sempre seduto dirimpetto della confetteria, sul bordo della vetrina. Gli occhiali grandi e tondi con la montatura nera spessa, la barba sfatta, la mano destra appoggiata sul ginocchio, inutile, e l'altra gesticolante per aria con il violino stretto, tenuto come capita.
Lui suona e non ha mai saputo suonare, preferendo agitare lo strumento per aria (il che è da preferire alle volte in cui lo percuote con l'archetto fatto su nel nastro adesivo) e chiedendo esplicitamente denaro a gran voce - roca -, con qualche vezzeggiativo di troppo per le signorine.



T'ho vista passando davanti al negozio, t'ho guardato e tu hai fatto lo stesso. Il tempo di passare davanti ad una vetrina. Non sei nemmeno bella, con il sole sembreresti forse carina mentre, magari, sei quasi brutta. Ma oggi t'amo, amo te e tu non lo sai. Meglio così sai, perché domani sarà un'altra volubile, veloce occhiata sconosciuta ad innamorarmi al tuo posto, e tu potresti soffrirne. Meglio così, dicevo, perché amo quello che di certo tu non sei ma io voglio che tu sia. Per oggi può funzionare, ma tra un'ora non ricorderò la forma del tuo viso, per non parlare delle tue mani, che non ho mai nemmeno viste.


E allora non è forse meglio pensare alla cena e aspettare l'amore di domani?

mercoledì 16 marzo 2011