Qualcuno preferisce l’autunno, il tempo in cui i canti di stagione tornano più secchi e sonori, come il legno ben asciutto da mettere nella stufa. Migrazioni di nuvole miste a nebbia, basse lungo i costoni delle valli, confuse con l’umidità e con le cateratte degli occhi lucidi.
Piove.
Poi si rasserena.
La foglia cade marcia e, quando tocca terra, un bambino esprime un desiderio e un adulto è toccato da un ricordo. Il bambino sogna senza sapere che cosa; l’adulto, credendosi saggio e scoprendosi vile e malinconico e romantico, sogna un amore passato.

Ma è tutto un pretesto poetico e vago, perché il punto a cui si vuole arrivare è in realtà fisso nelle menti di tutti gli abitanti degli autunni a mezza quota. La verità è una e unica: è tempo di mangiare castagne. Arrostite, bollite, inzuccherate e glassate, impastate, spezzettate. Quelli a cui piacciono le castagne perdono un poco di senno al pensiero dell’evento. Avvertono tanto profondamente l’arrivo dell’autunno, il susseguirsi delle stagioni perpetrato da simboli naturali pagani, che fanno della castagna stessa il simbolo della stagione. E attorno al simbolo, il rito: ogni anno, verso la metà di ottobre, pelano il primo frutto dell’anno, lo scrutano e poi lo assaporano. Mentre lo masticano e il velluto della castagna incontra la sensibilità del palato, ecco che si immergono in pensieri e constatazioni. Sì, è come l'anno passato, e come quello ancora prima, e quello ancora avanti. Il sapore lo conoscono, non fanno i fini degustatori, lo vogliono riconoscere, si ostinano a farlo, : lo sfruttano come espediente per ricordare, per farsi trascinare giù al prato, con le mani nere di fuliggine e la padella sul fuoco, a sbucciare castagne una dopo l’altra, appena arrostite e già bruciacchiate, con negli occhi la smania per riuscire a pelarla più in fretta delle proprie mani e cacciarsela in bocca mordendola nel mezzo.
Ci si procurava sempre un necessario dolore. La foga di avere la castagna tutta pelata in un piccolo tempo portava a conficcarsi, tra l’unghia e il dito, la pellicina interna che si trova tra la scorza e la polpa. Era una pena da scontare e lo è tutt’ora, se si vuole ricreare l’effetto preciso.

Se ci si vuole stordire di male al cuore per il maglione in lana che vorresti ti coprisse ma che hai perduto, ecco che ci si imbottisce di castagne e ci si gode l’autunno.

Un brindisi ad un amica. Con addosso una chitarra, un vino rosso corposo, chiodi di garofano, un fuoco che s’accende per ogni ramo che si sveste, mi esibisco nel mio numero di giullarìa e celebro una ricorrenza.
Buon autunno. Buona fortuna a chi anni fa, d’autunno, ha trovato un’ispirazione, ha trovato una musica e un ricordo nel suono che le parole rintoccano nell’immaginazione, una filastrocca che si srotola dalla bocca al cielo come il fumo dai camini, mentre le mani veloci ed esperte toccano le corde giuste di una commozione stagionale e suonano una canzone azzeccata e galeotta.

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lunedì 25 ottobre 2010